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Madonna della Lettera "L'affresco di Sant'Arpino"

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Riuscire a recuperare un’opera d’arte dall’incuria del tempo è sempre un lameritevole che ricuce uno strappo fra la collettività ed il singolo che ha pensato, voluto o creato quell’opera, rimette un tassello al posto giusto nell’inmosaico della storia, rende onore al popolo che ha voluto il recupero e soprattutto ricostruisce un tessuto civile che è alla base del vivere in comunità. Infatti abbandonare alla deturpazione ed all’incuria un segno della storia è come vivere senza l’orologio del tempo, ossia non comprendere quale è stato il prima e quale è stato il dopo, una collettività di umani che non si impein questo profondo esercizio vive come un naufrago nell’oblio del tempo, senza una bussola che dia una direzione, senza un orologio che consenta di distinguere il prima dal dopo, si vive persi nel tessuto spazio-tempo. La Pro loco di Sant’Arpino da tanti anni si dedica in questo impegno di recupero e valorizzazione della storia del nostro millenario paese, ed oggi con profonda soddisfazione raggiunge un altro obiettivo grazie alla sensibilità dell’amminicomunale che è venuta incontro ad una richiesta che non era solo nostra ma di tantissimi cittadini che da anni facevano presente la necessità di un recupero di un’edicola votiva, quale quella della Madonna della lettera, che necessitava di un urgente lavoro di restauro per non essere definitivamente cancellata dal tempo e dall’incuria. Per questo motivo siamo fortemente grati al Sindaco e all’amministrazione comunale che attraverso una sinergia d’infra assessorato ai lavori pubblici ed assessorato alla cultura ha profuso un sostanzioso impegno economico per il ritorno all’antica bellezza di uno stupendo dipinto sacro che rappresenta un pezzo di storia di Sant’Arpino e che grande venerazione ispira ancora in molti anziani del paese che ricordano le celebrazioni religiose che coinvolgevano l’intera collettività ogni tre giugno, data in cui ricorrono i festeggiamenti per la Madonna della lettera. solco di un pluriennale e collaudato impegno fra volontariato ed istituziocomunali, con questo stupendo lavoro di restauro, ancora una volta il nostro paese è riuscito a dimostrare la sua grande passione civile ed il suo profondo sentimento di amore verso le radici storiche e culturali che innervano il tessuto sociale e civile della nostra collettività. Possiamo ben affermare che in questa comunione d’intenti fra associazionismo ed istituzioni pubbliche si trova l’anivera di un popolo che vuole sentirsi vivo e migliorarsi attraverso tutte le forme partecipative per non essere soggetto passivo ma attore e protagonista della sua storia. Infine ci sia consentito ringraziare il professore Francesco Capasso, anch’egli figlio di questa terra, che attraverso una mirabile opera di restauro pittorico, ha riportato all’antico splendore artistico e cromatico l’opera che tutti ora possiamo ammirare.


Pro Loco


La Madonna della Lettera di Sant’Arpino
di Rosario Pinto *


All’interno del nucleo storico più antico del centro di Sant’Arpino non sono pochi gli angoli ed i cantoni, ma anche gli interni di corti vetuste, che ospitano, talvolta in condizioni di degrado, interessanti edicole votive, edificate nel corso del tempo da una pietà popolare che, con intelligenza ed amore, sapeva di poter affidare alla voce dell’arte una preghiera ed una devozione di fede.
Noi stessi, in altra sede ed occasione di intervento analitico, ci siamo soffermati, ad esempio, su qualcuna di tali edicole, sottolineandola matrice esemplaristica che, in qualche caso, ci ha addirittuconsentito ipotesi di perimetrazione attributiva, osservandone la filiazione diretta da illustri precedenti iconografici, come nel caso dell’edicola della Madonna del Rosario, di Palazzo Montesano, riall’ambito di Giuseppe Castellano e, più ampiamente, al clima post-giordanesco.
La cultura delle edicole santarpinesi, insomma, può essere giudicata un fattore identitario della comunità e, in tale prospettiva, non dovrà allora stupire se il tenente Macrì, “garibaldino” e tutto compreso del clima culturale delle logiche “laiciste” postunitarie, abbia avvertito il bisogno di segnare con un intervento di tal fatta uno dei cantoni dell’importante palazzo Sanchez De Luna d’Aragona di cui era enin possesso in Sant’Arpino.
In tale contesto egli, con evidente bisogno di attestare la propria prosiciliana e di distinguere il tratto originale della propria personalità, avrebbe inteso dar spazio alla tradizione più viva della sua terra d’origine, stabilendo che fosse effigiata l’immagine della Madonna della Lettera.
Oggi, tale immagine sacra sconta i danni del tempo e, soprattutto, dell’incuria degli uomini, ma non è inopportuno ragionarne sopratdopo che il suo restauro, eseguito da Francesco Capasso, condi poterne proiettare più a lungo nel tempo la conservazione del dato storico che essa contiene.
Una domanda s’impone: quali possono essere le ragioni iconografiche hanno ispirato la composizione di tale dipinto? Sfugge esso, infatti, all’impostazione generale che il tema specifico riveste nelle realizzazioni pittoriche d’antica data esistenti in Sicilia, ove, a Mesil culto della Madonna della Lettera s’è impiantato.
E’ abbastanza difficile immaginare che il tenente Macrì, uomo di
piglio deciso e volitivo, non abbia additato con estremo rigore all’arincaricato di eseguire l’affresco – rectius, la tempera su muro con l’immagine della Madonna della Lettera –le puntuali specificità iconografiche che caratterizzano questo tema in tutte le sue redaziostoricamente consolidate.
Ed allora, perché produrre una soluzione iconografica a Sant’Artanto dissimile dal modello generalizzato praticato in Sicilia, semplificandone l’ordito fino a ridurre l’immagine alla sola raffigudella Vergine con il Bambino?
Sorgerebbe il dubbio – una volta osservato l’andamento compositivo complessivo, che ci rimanda ad una cultura figurativa di impronta tardo-manieristica, stancamente ripetuta in provincia per secoli, fino ad incontrare le ragioni eclettiche della reviviscenza neorinascimenottocentesca – che l’intervento del Macrì possa essere consistito “solo” nella trasformazione d’una immagine precedente, aggiunla Lettera che la Madonna regge, modificando, così, quasi con atto d’imperio, il titolo stesso di un’edicola votiva preesistente.
Ipotesi, evidentemente, queste che, se trovano una qualche giustifinell’assetto compositivo dell’immagine nel suo insieme, che ci rivela una posizione preminente ed eccessiva della Lettera rispetto all’insieme del gruppo della Vergine col Bambino, non hanno, tuttariscontro oggettivo nella datità del testo pittorico oggettivamente esistente che, come emerge dall’intervento di restauro, non dà testidi preesistenze figurative o di stratificazioni accertabili.
Non rimane, allora, da dire che quanto l’immagine propone non è altro che ciò che, ictu oculi, occorre di essa apprezzare: una redazioaffabulata d’un modello irrigidito nelle forme e consolidato nei secoli che restituisce le forme d’un frontalismo ieratico in cui l’artista che ha realizzato l’opera non è andato oltre una compitazione corsicosì come, forse, i suoi mezzi espressivi potevano consentirgli.
E s’impone, però, a tal punto, ancora un altro interrogativo: perché il Macrì avrebbe lasciato che la realizzazione di questa edicola non fosse all’altezza di tutte le altre cose che egli aveva saputo progettare e realizzare, mostrando – come, ad esempio, nella cappella del Cimima anche nella realizzazione dei “busti di famiglia” affidati al De Candia – quanto fosse attento al più minuto dettaglio?
La edicola della Madonna della Lettera è, forse, l’espressione indidella “cattiva coscienza” di Macrì, qualcosa che andava, sì, fatta, ma relegata, senza troppa partecipazione, in un angolo meno evidente del suo palazzo?
A fronte di tali interrogativi un’ipotesi, però, s’affaccia: che, cioè, il
committente dell’edicola possa non essere affatto il tenente Macrì, ma la popolazione stessa di Sant’Arpino, che la volle realizzare, graal suo “signore” per i benefici ottenuti dalla sua munificenza.
In tal caso tutto troverebbe una sua giustificazione: non solo le ‘inà’ compositive, non solo le semplificazioni iconografiche, ma anche le incertezze di ductus d’un pittore evidentemente di mediocre rilievo, officiato direttamente dal popolo. Dietro tutto ciò, in filigrasi profila la figura di Macrì che avrebbe concesso di poter fare, ma in posizione decentrata e laterale e senza che si potesse leggere in alcun modo un suo diretto intervento. Per ottenere ciò occorreva che il risultato finale fosse di basso profilo. Ed è stato così.
Oggi, però, alla distanza del tempo, riprendere questa edicola e riil profilo storico è atto di straordinario valore sociale e morale e consente alla comunità di Sant’Arpino di trovare in questa edicola della Madonna della Lettera una fondante ragione docudella propria identità.

*Direttore della Pinacoteca “Massimo Stanzione” di Sant’Arpino


La festa della Madonna della Lettera
di Giuseppe Dell’Aversana*


Da tempo eravamo affascinati ed incuriositi da un’edicola votiva molto particolare poiché posta ad un’altezza insolita ed in un luogo remoto quale la facciata laterale del Palazzo Ducale prospiciente via Piave. In genere le edicole votive realizzate dalla devozione popolasono dislocate in bella mostra sulle facciate principali dei palazzi oppure all’interno dei cortili e comunque poste ad un’altezza che ne consenta facilmente la visione e la venerazione a tutti i fedeli.
Invece questa immagine sacra relegata in un angolo remoto del PaDucale ed in una posizione poco visibile al viandante in quanposta molto in alto, risulta quasi nascosta ai molti, inoltre tale edicola emana un fascino misterioso ancora più accentuato dall’imstessa dipinta all’ interno in quanto ritrae una Madonna diffusa e venerata in molte località siciliane però totalmente sconoin Campania e nel napoletano. Nel nostro dialetto popolare è da tutti conosciuta come “ a’Maronn a letter aret o’ munazzero” e tutti ricordano la festa che fino alla metà degli anni settanta si svolin suo onore il tre giugno.
In realtà l’edicola ritrae la “ Madonna della Lettera “ che è uno degli appellativi utilizzati dalla religione cattolica nella venerazione di Maria madre di Gesù ed è venerata come patrona di Messina. Il dipinto di via Piave raffigura la Vergine Maria che, seduta in trono, nella mano sinistra tiene una lettera con una scritta in latino con la mano destra invece regge Gesù Bambino il quale a sua volta sostiene il mondo.
Ricostruire la genesi di questa edicola e le motivazioni della festa svolta a Sant’Arpino in onore della Madonna della lettera non è stafacile poiché nessuno dei testi storici locali ne parla né alcun dodel Palazzo Ducale la menziona nonostante sia posta souna delle lapidi che ricorda il luogo ove sorgeva originariamente la chiesa di S.Elpidio. Pertanto solo con il metodo delle interviste orali siamo riusciti a metter insieme dati e notizie che ci consentono di avere un quadro più chiaro della vicenda. Intervistando gli anziadel paese ed in particolare gli organizzatori della festa, è emerso che la festa si svolgeva il tre giugno di ogni anno, con la celebrazione della santa messa e poi a seguire spettacoli pirotecnici ed esibizioni canore e musicali realizzati grazie al frutto di una colletta popolare che vedeva coinvolti in prima persona gli abitanti di via Piave.
Alcuni erano a conoscenza che si trattava di una “Madonna sicilia” e ci hanno raccontato che l’immagine era molto supplicata daldonne santarpinesi che avevano al fronte il proprio congiunto, in quanto nella vulgata popolare la lettera era ritenuta foriera di notizie che scarseggiavano dalle zone di combattimento e tutte invocavano la Madonna della lettera affinché esaudisse il loro desiderio di notidel marito, del fidanzato o del figlio dal fronte militare medianl’arrivo improvviso di una lettera che portasse buone nuove. Le notizie più antiche sulla festa risalgono agli inizi degli anni trenta, mentre le ultime fanno riferimento alla fine degli anni settanta.
A Sant’Arpino come in molti altri comuni della provincia e dell’inCampania la maggior parte delle edicole votive rappresenta il santo protettore locale oppure la Madonna di Pompei o la Madonna dell’Arco che vantano una diffusione ed una venerazione molto fore sentita nel popolo. In questo contesto culturale e religioso il cule la venerazione di questa immagine appariva alquanto singolare proprio per la provenienza sicula della tradizione che non trovava e non trova riscontro in altri comuni della Campania.
La “ Madonna della Lettera “ è venerata dalla Chiesa cattolica come santa patrona di Messina, e la tradizione attingendo dalle fonti dello storico Flavio Lucio Destro ( II secolo d. C. ) narra che San Paolo, giunto a Messina per predicare il Vangelo, trovò la poben disposta a lasciarsi convertire. Infatti ben presto molti messinesi aderirono alla predicazione di san Paolo convertendosi al cristianesimo, e nel 42 d.C. quando l’apostolo Paolo si accingeva a tornare in Palestina, alcuni messinesi chiesero di accompagnarlo per poter conoscere di persona la madre di Gesù che era ancora in vita. Così una delegazioni di cittadini della città di Messina si recò in Palestina insieme all’apostolo Paolo, portando con loro una lettera nella quale i tanti concittadini convertitisi alla fede di Criprofessavano la loro fede e chiedevano la protezione di Maria. Giunti a Gerusalemme furono ricevuti da Maria, madre di Gesù, che rallegrandosi con loro, inviò in risposta ai messinesi una sua Lettera, datata 3 giugno, scritta in ebraico ed arrotolata e legata con una ciocca dei suoi stessi capelli. La delegazione tornò a Messina recando l’importante missiva: in essa Maria lodava la fede dei mesdiceva di gradire la loro devozione ed assicurava loro la sua perpetua protezione. La Lettera scritta di proprio pugno da Maria terminava dicendo le testuali parole “ Benedico voi e la vostra città “ questa frase oggi è scolpita a caratteri cubitali alla base della stele della Madonna alta sessanta metri e posta all’ingresso del porto di
Messina. Da allora la città di Messina celebra la ricorrenza ogni tre giugno con una grandiosa festa durante la quale oltre alla statua della Madonna vengono portati in processione anche i capelli che avvolgevano la lettera e che ora sono rinchiusi in una teca d’argento gelosamente custodita nel Duomo di Messina. La Madonna della Lettera è venerata anche in tanti altri comuni siciliani ed è sempre ritratta con in braccio il bambino Gesù, reggente il mondo.
Appare fuori da ogni dubbio che sia il titolo dell’edicola votiva di via Piave, sia la data della festa, sia l’iconografia, coincidono perfettacon la santa patrona di Messina. Il perché di questa fascinosa coincidenza è da ricercare nella storia del palazzo ducale che ha visto come suo ultimo proprietario il tenente Giuseppe Macrì da Messina il quale acquistò l’immobile nel 1903 e poi alla sua morte avvenuta nel 1932 lasciò tutti i suoi beni, compreso il palazzo ducain eredità dei poveri del comune di Sant’Arpino. Questo grande benefattore, che ha consentito alla collettività santarpinese di avere in dote questo stupendo edificio, simbolo stesso del nostro comune, era un ex garibaldino con una vita avventurosa che lo aveva portato lontano dalla sua città natale fino ad arrivare nelle nostre contrade.
Giuseppe Macrì amava definirsi “socialista razionale” e credeva fernella carità, massone convinto, profondo appassionato di spiritismo e scienze occulte, era un uomo dotto e cultore della lingua francese. Così come Garibaldi a cui si era legato in gioventù, era un anticlericale anche se credeva in alcuni fondamentali valori della religione cristiana primo fra tutti la carità. Aveva una prediparticolare per le epigrafi murarie ed attraverso di esse ha tramandato ai posteri la sua “ filosofia di vita “ che possiamo ricavare dalla lettura delle sue scritte lasciate sui marmi posti sia nel palazzo ducale sia nelle sua splendida cappella funeraria al cimitero. Nonostante anticlericale e massone nella sua cappella ha lasciato scritto sul marmo “ Dove la Madonna ed il Signore la casa sia poornata e lieta e non squallida e nuda” ancora sulla colonna che sorregge il suo busto di marmo è scolpito “ Ricordati che nessugrandezza è lieta senza la carità” e nel palazzo ducale fra le tante è murata una sua epigrafe che recita “Chiunque tu sia ringrazia ogni giorno Dio che ti ha creato” dunque da una lettura attenta di tali epigrafi si ricava il carattere sostanzialmente “cristiano” di questo messinese trapiantato a Sant’Arpino.
In questo contesto complessivo, e per tutto quanto detto prima è dunque facilmente attribuibile alla volontà di Giuseppe Macrì la gedell’edicola votiva di via Piave realizzata ad un’altezza insolita
ed in luogo semi nascosto forse proprio per queste particolari conculturali del tenente. Anche se nel suo testamento olografo non ne fa alcun cenno, il Tenente ha ispirato e tollerato le origini della festa del tre giugno presso i nostri concittadini usanza che si è continuata anche dopo la sua morte per poi affievolirsi e spegnersi man mano nel corso degli anni.
Probabilmente questa sacra raffigurazione della “Madonna della Lettera”, santa patrona di Messina, potrebbe essere stata voluta da Giuseppe Macrì come ex voto per lo scampata morte nel tremendo terremoto che colpì la città di Messina nel 1908 e dal quale il tenente si salvò proprio perché si trovava a Sant’Arpino ove da pochi anni aveva acquistato il palazzo ducale. Inoltre è da sottolineare che la perizia tecnica svolta durante il restauro ha dimostrato come la redell’opera sia avvenuta all’inizio del secolo scorso senza sovrapposizioni con immagini preesistenti.
Ad ogni buon conto rimane da osservare come, ancora una volta, le vicende passate influiscono sul presente nel fluire travolgente della storia, ed un mistero su una festa scomparsa e su un’edicola votiva che stava scomparendo, oggi consentono che il nostro comune e la città di Messina siano unite in uno splendido gemellaggio di fede e di storia.

* Presidente onorario Pro Loco Sant’Arpino



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